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11 febbraio 2008

Cicero Pentacapoeira - n°4 - Febbraio 2008


 



Rivista mensile di Capoeira, pensieri di Capoeira, sogni di Capoeira.

Rivista legata al Progetto Cicero.

Uscita prevista all'inizio di ogni mese con circa 5 nuovi articoli.

Numero 4 - Febbraio 2008 

Foto di copertina scattata da Guido Mastrobuono

Indice

Editoriale - Simona Di Giuseppe - Diario

La Prima Volta non si scorda mai- Daniele Dastoli- Prime Volte

Mia sorella... - Davide Di Giuseppe - Eterni Bambini

Capoeira: Perché diversa? - Simona Di Giuseppe- Oggetto Capoeira

Forse la capoeira è proprio questo - Guido Mastrobuono
- Arte, danza e Magia.




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10 febbraio 2008

Editoriale


 

 

Eccoci di nuovo…

Questa volta con tre giorni di ritardo; tutta la redazione si scusa per questo, ma quando a scrivere siamo tutti studenti universitari, è naturale che il mese di febbraio (causa sessione esami) diventa un po’ spigoloso.

In ogni caso siamo usciti con cinque nuovi articoli: la pagina delle Prime Volte per questo numero è stata affidata a Daniele Dastoli, del quale abbiamo anche un dinamico ritratto fotografico nella copertina, che ci ricorda la sua offuscata prima volta nella capoeira, offuscata perché ormai, di esperienze e di prime volte il ragazzo ne ha avute tante, vista la sua militanza nella capoeira che dura da dieci anni.

Leggerete l’articolo del Direttore del Progetto Guido Mastrobuono, ormai veterano redattore, che questa volta ci guiderà in un viaggio nel significato più intimo della capoeira: critico e del tutto introspettivo, fatto di emozioni e di ricordi…

Ci sarà il mio nuovo articolo sugli aspetti che rendono la capoeira uno sport diverso dagli altri, in questo numero affronterò il primo: La Musica; nel prossimo affronterò il secondo: Il Gruppo.

“Sfogliando” la rivista vi troverete a leggere la rubrica ormai stabile di Davide Di Giuseppe, che cerca in ogni numero di migliorare la sua produzione rendendola sempre più dinamica e originale.

Infine voglio, ancora una volta, invitare i lettori ad una partecipazione critica alla vita della Pentacapoeira; come già ribadito, c’è bisogno di pareri, commenti, che aiutino a crescere la rivista e che ci facciano crescere come redattori. Per fare ciò vi invito a commentare gli articoli (i commenti possono essere lasciati anche da semplici visitatori) e, se siete più ambiziosi, a mandarmi scritti da pubblicare all’indirizzo oasis5simo@hotmail.com

Detto ciò…ingranata la marcia, pronti a partire:

Buona Lettura









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10 febbraio 2008

Forse la Capoeira è proprio questo


 


                                                  

Adeus
Boa viagem
Adeus, adeus
Adeus
Boa viagem
Adeus, adeus
Boa viagem
Eu vou
Boa viagem
Eu vou, eu vou
Boa viagem
Eu vou-me embora
Boa viagem
Eu vou agora
Boa viagem
Eu vou com Deus
Boa viagem
E com Nossa Senhora
Boa viagem
Chegou a hora
Boa viagem
Adeus...
Boa viagem



Io non conosco questa canzone. Come sono arrivato a cantarla?
Come sono arrivato a piangere? Io sono una persona forte in grado di controllare i propri sentimenti.
Solo quando si chiude la roda... no... scusate ... solo quando si chiudono certe rode... bhe... non é possibile dare una direzione a certe energie: é meglio lasciarle fluire.
E le energie potevano essere fatte fluire in due modi: piangendo o giocando Capoeira.
Il modo migliore era quello di fare entrambe le cose.


    
                                                                                                                                       Foto scattata da Guido Mastrobuono




2 Giugno 2006, Batizado del Gruppo Soluna, primo batizado senza Professor.

Mestre Pudim, per lui, ha chiamato una roda.
Chiudere quella roda significava prendere atto del fatto che quell'amico, da ora in poi, potrá essere solamente evocato.

Penso di sapere quanto gli costi e, per questo, lo rispetto e lo ammiro.
Perché la vita vera é un cammino su un filo sempre piú fine.
Se il mio mestre ha il coraggio di combattere con se stesso per andare sempre avanti allora posso farlo anch'io.
E magari un giorno saremo tutti capaci di volare.

La roda inizia con il solito carosello di Mestres, Contra Mestres e Professores che, ai miei occhi, si esibiscono in pezzi di alta scuola.
Mestre Indio entra piú volte per giocare con i Mestres suoi allievi.

Non capisco.
A me, sembra che quell'alta scuola... lí... non c'entri nulla.
Mi era parso di aver capito che quella non doveva essere una roda da batizado: quella doveva essere una preghiera... un'evocazione... un incantesimo... ed un incantesimo deve essere composto da tutte le sue parti.
E queste parti devono essere intense ma non necessariamente spettacolari.

Gioca gente che non so chi sia ma questo probabilmente é dovuto alla mia poca conoscenza della storia del gruppo.
In seguito, Careca mi ha spiegato che erano tutte coppie molto significative ed importanti per la storia di Professor e del gruppo.
Un mio lato oscuro mi ha fatto pensare che era tutta gente che, quando la lotta é stata piú dura, aveva altri impegni.
Oggi me ne pento, e penso al gioco di Careca e Macaco.
Quando hanno giocato loro... certamente... guardando dall'alto... il Prof ha sorriso.

Gli allievi di Laurentina si avvicinarono ai bordi dei Berimbau.
Gli allievi di Laurentina hanno corde basse.
E´ dura avvicinarsi ad una roda di "luna" senza essere un graduato.
Peró loro c'erano perche gli era stato insegnato che per giocare la Capoeira non c'é bravura né etá.
Loro c'erano perché volevano esserci.

Solo che, in quella occasione, i Mestre, i Professores e gli Istructores ci tenevano troppo a dare il loro contributo e forse non hanno pensato che forse una roda per Professor senza gli allievi di Professor avrebbe un attimo mancato di senso.
Sono riusciti a giocare solo Magilla e Comicio: il primo era entrato con uno scatto di nervi, il secondo lanciato dentro dall'onnipresente Careca.
Due di venti: niente male.
La roda viene chiusa, si era perso troppo tempo.
Tra gli studenti di Prof occhi lucidi.
Dentro ai miei occhi lacrime di dolore e rabbia.
Molta Rabbia.
Ma d'altronde la Capoeira é cosí.




Spesso la rabbia è un sentimento che prende in momenti in cui si é solo capaci di vedere noi stessi.
Accade quando ci concentriamo solo su una tessera piccola piccola che é priva di senso se non si ha il coraggio di ammirare almeno una parte dell'intero mosaico.

La prima parte, stata evidente soltanto col senno del poi, è il fatto lampante che questo incidente faceva parte di una storia più ampia.

La seconda parte considera il fatto che quella roda è stata giocata da due tipi di gente.
C'erano gli amici di Prof che avevano ancora bisogno di dirgli qualcosa.
In fondo, quando dal berimbau esce un tocco di "luna" a spezzare il silenzio attorno... bhe... sono quelli i momenti migliori.
E poi c'erano gli altri... ma chi se ne importa degli altri.

La terza parte contiene angeli e maestri.
Gli angeli sono creature semplici e fragili che si sono trovate in mezzo ad una tempesta e si son dette che in fondo, se lì si trovavano, un motivo doveva pur esserci.
E per quel motivo hanno fatto il possibile.
Ho giá detto che tutti noi siamo angeli gli uni per gli altri.

Un maestro è come un seminatore che semina pezzetti dei propri sogni, delle proprie idee e del proprio spirito nel cuore dei suoi allievi.
E quei semi germoglieranno e germogliando giustificheranno l'esistenza del maestro, l'esistenza della Capoeira e forse l'esistenza di questo piccolo mondo che galleggia come una piccola palla in un enorme Universo.
Non necessariamente i maestri, per forza, devono essere Mestre.
Bisogna solo voler seminare.

Infine, i piú buffi son quelli che sono maestri, ma non sanno di essere tali.
A volte... pensate ... a volte non sanno nemmeno di essere angeli.
Osservano imbarazzati e sospettosi l'amore ed il rispetto che ricevono in risposta a quello che fanno.
Ne ho citati piú d'uno qualche riga piú sopra.

Professor era un maestro e lo sapeva.
Io ero suo amico, da lui ho appreso molto, ma non ero un suo allievo.
Adesso faccio i conti con questi semi ogni volta che entro nella sua vecchia palestra.
Si tratta semi densi e potentissimi che, carichi di energia positiva, tengono unito il gruppo.
Quando si chiude la roda, sembra sempre che lui sia lì dietro, vicino, a guardarci, a darci consigli, e tenerci per mano.

Ecco... l'unica amarezza che mi rimane é che gli amici del Prof avrebbero potuto rendersi conto dell'esistenza di questi semi.
Avrebbero dovuto solamente alternarsi con coppie di allievi oppure giocare con loro.
Potevano, ancora una volta giocare con lui.
Ed invece non l'hanno fatto.
Ma d'altronde la Capoeira é anche questo.




Sabato, 3 giugno, ore 17.

A volte il caso é bizzarro.
Altre volte il caso é potente.
Altre volte si ha l'impressione che il caso non esista.
Una pila era stata caricata per caso e la rabbia provata era solo una testimonianza di questa carica.
Non avrei lasciato il batizado per nulla al mondo, se non avessi avuto questa carica in corpo.

Qualche ora prima, un amico del Prof chiamava Donna chiedendo se andava alla messa.
Senza saperlo, entrambi si diedero vicendevolmente conferma che la messa era cosa sicura.
Proprio quel giorno erano cinque mesi da quando lui se n'è andato, ed ogni mese una messa.
Io non le ho fatte tutte.
Non amo i preti, specialmente quelli che chiedono soldi solamente per dire il suo nome.

La voce girò al batizado e capoeristi sudati interruppero le loro lezioni perchè entrare alla messa vestiti di bianco pareva appropriato.
Eran tutti allievi del Prof ed io ero tra loro.
Sentivo di dover celebrare il mio amico in un modo qualsiasi.

Arrivammo davanti alla chiesa ed entrammo.
Nessuna traccia dei parenti del Prof.
Uscimmo.

- In palestra c'é una cartolina con alcuni Capoeristi che giocano davanti alla porta verde di una chiesa.

Disse Piu Piu ed andó a sedersi in macchina.

Garcia chiamó la moglie del Prof.
La messa non c'era, ma lei ci disse che ci avrebbe raggiunto.
E, come ci disse più tardi, lei si mise a correre verso la macchina.
Voleva raggiungerci.

In macchina, avevamo due berimbau nuovi, nessun caxixí.
Marco si accinse ad armarne uno solo. (Divennero due ma solo più tardi).
Marco era tanto deciso quanto me.
Abbiamo chiuso una roda di cinque persone.
Garcia si é trovato in mano il berimbau ed ha iniziato timidamente a suonare.
Non era tutto chiaro. Una grossa mano ci é stata data ma, probabilmente, quell'ultimo passo abbiamo dovuto farlo da soli.

A poco a poco arrivarono altri cuori carichi di grande energia.
Lauretina era lí, vestita di bianco, il giorno del batizado, a salutare il suo Professor come lui aveva insegnato.
Si inizió a giocare.
Si inizió a cantare.


por favor não maltrate esse nego
esse nego foi quem me ensinou
esse nego
da calça rasgada
camisa furada
ele é meu Professor



Molta magia é stata mossa.
Abbiamo toccato forze grandi. Parecchio piú grandi di noi.
Abbiamo giocato con tra noi e con lui ed, in fondo, si é trattato della stessa cosa.

Ad un certo punto é uscito uno sgherro del prete a dirci che dentro facevano messa.
Interrotto il canto e fermate le mani, sull'arame vibrava un ritmo di "luna".

Era facile giocare al tocco di "luna" , via uno via l'altro, l'abbiam fatto tutti.
Le gambe si muovono morbide, le mani scendono a terra e spingono in alto.
Sembrava di correre su un binario vischioso.
Sembrava di giocare con Mestre Ratinho che, quando lui vuole, gingare é uno scherzo.

La moglie del Prof é arrivata correndo, e correndo piangeva e rideva.
La Donna é uscita dal gruppo e l'ha presa e l'ha stretta al suo petto.
L'arame nel mentre suonava tranquillo.
Si é interrotta la "luna" ed é nato un "São Bento".
L'abbiamo aspettata.

In roda ha giocato con l'allievo più vecchio... e poi col piú giovane... e poi con me... e poi con tutti quelli che hanno voluto.

Tante cose poi sono successe, il tempo passava e l'umore ondeggiava come acqua di mare.
Ci sarebbero milioni di cose da dire se solo ne fossi capace.
Ci sarebbero un milione di cose, se solo servisse a qualcosa.
Ma i sogni non si chiudono tra quattro parole.

Mi limito ai fatti.
Ho pianto e piangendo ho giocato.
E' stata la prima volta in cinque mesi che ho visto sorriso sulla moglie del Prof che non fosse lo sforzo per coprire la rabbia. Quel giorno, la gioia è stata sincera.
E' la prima volta che ho sentito cantare Davide, il più giovane allievo del Prof, e sentendolo ho creduto al futuro.

Molta magia é stata mossa.
Abbiamo toccato forze grandi. Parecchio piú grandi di noi.
Abbiamo giocato con tra noi e con lui ed, in fondo, si é trattato della stessa cosa.

Probabilmente la Capoeira é proprio questo.



Ma Capoeira è anche tante altre cose.
È anche chi vede i miei occhi e mi porta a giocare.
È la rabbia che evapora al sole.
(Perché si esaurisce la rabbia nell'abbraccio di roda?
E perché non si possono trattenere le lacrime?
Va bhe... non é sempre necessario scoprire la ragione dei doni.)
E la capoeira é anche Coco che porta a giocare Fefé.
È l'arame di un berimbau che, quando si rompe, vuol dirti qualcosa.
È Pudim che ha preso una corda pagata con pezzi di cuore e sudor di coglioni, che significa ció che lui giá é, e tutto quello che deve ancora imparare.
È Ratinho, della stirpe dei negri volanti, e che, quando giochi con lui, il tuo gioco é un binario tranquillo.

È l'abbraccio della mia madrina quando ha preso la corda.
È chi se ne é andato e chi é rimasto.
È la mia panza e la mia testa.
Le teste pelate ed tatuaggi cocigei che fam tanto male a chi guarda.
Gli applausi ai migliori (che non sono i più forti).
Karim che mi mostra la corda.
Sono i mestre, divini bambini sia saggi che sciocchi.
Zuffe, odi e dispetti.
Le canzoni su Mestre Indio.
È la maglietta di Cezinha ed il limoncello di mia madre.
È la luna col sole e anche senza.
È anche un milione di altre cose cha magari non ho visto e che magari, col tempo, potró anche scoprire.
Ed è anche piccolo miracolo destinato a succedere domani.










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10 febbraio 2008

La Prima Volta non si scorda mai...


 

                                       Immagine scattata da Lourdes Baltodano
                                                 modificata da Simona Di Giuseppe




 

Della mia prima volta ho un ricordo ben preciso, ma allo stesso tempo ha acquistato una patina che gli da un immagine degna di un sogno. Ancora oggi, alle volte, sento le stesse sensazioni nonostante l’abitudine abbia assopito le più genuine percezioni. Questo accade quando vedo un movimento che credevo fosse impossibile essere ideato da una mente umana, strappandomi un sorriso misto di divertimento e ammirazione. Ma torniamo alla mia prima volta.

Tutto accadde all’inizio di settembre, quando la calura estiva lascia il passo all’imbrunire dell’autunno. Ma insieme ad esso la mia vita andava incontro ad un nuovo desiderio di cominciare qualcosa di nuovo, vuoi per contrapporsi allo sfiorire della bella stagione, vuoi perché proprio questo era il mese dei nuovi inizi: scuola, lavoro, e qualsiasi attività che si riprende dalla pausa estiva.

Ciò mi portò a seguire un gruppetto di amici che ormai erano clienti fissi ad una palestra non lontana da casa. Un po’ di attività fisica era ciò che ci voleva per consumare l’indolenza che mi trascinavo dal dolce far nulla dell’estate. La lezione di fitness che mi apprestavo a provare non mi convinceva molto, ma ormai ero lì e qualcosa dovevo pur fare. Presto, con una banale scusa, riuscii a svignarmela pochi minuti prima della fine, aspettando i miei amici fuori dalla sala. Ma il fato volle che quel martedì di Settembre, nell’ora esatta in cui finiva la lezione di aerobica, si stesse anche concludendo la lezione di Capoeira. In realtà non riuscii a vederne un granché, poiché i miei amici mi trascinavano per andare a casa, ma mi bastarono quei pochi salti, avvitamenti e spostamenti repentini da gambe a braccia a rapirmi. La mia mente non era in grado di capire quali movimenti fossero perché non avevo mai visto nulla di simile prima. Quella velocità ed eleganza mi avevano lasciato una strana sensazione di eccitazione… non vedevo l’ora della prossima lezione! Due giorni dopo seguii nuovamente la comitiva, ma stavolta li abbandonai dal principio per dedicarmi completamente alla visione della lezione. Qui scoprii che colui che mi aveva ghermito con le sue movenze era anche l’istruttore del corso che tutti chiamavano Professor.

Per circa un mese fui tormentato per via della mia timidezza. Non riuscivo mai ad andare oltre le sedie da dove si poteva guardare la lezione, in attesa che qualcuno dei miei compagni mi seguisse nella lezione di prova. Riuscii a resistere anche a più tentativi da parte del Prof per spronarmi, ma ero irremovibile. Ammiravo quelle otto persone come un innamorato troppo impacciato per farsi avanti.

Mi sentivo in gabbia di me stesso.



  

    


 
                      Immagine scattata da Lourdes Baltodano
                               modificata da Simona Di Giuseppe

 

Ma le forze della mia esitazione furono del tutto disfatte dal desiderio smisurato di iniziare a fare i “primi passi” di capoeira. Così quando non ero più in grado di resistere alla potenza attrattiva di questa arte, varcai la soglia da spettatore ad attore. Tutto era nuovo e mi buttai a capofitto in questa nuova avventura da pioniere. Fu faticoso, ma nulla poteva fermarmi… tranne la roda! Fui spaventato dall’idea di mettermi al centro dell’attenzione ad esibire le mie deficienze, ma il tempo era dalla mia parte. Infatti la lezione volgeva al termine e fui salvo dall’umiliazione. La volta successiva capii che il clima era ben lontano da quella della mortificazione morale, anzi tutti erano sereni e tranquilli, trasmettendo questo stato anche a me. Ciò mi diede solo il coraggio di provare, ma l’esperienza della mia prima roda riuscì a darmi una vasta gradazione di sensazioni, che andavano dal timore di sbagliare all’euforia di provare, il tutto miscelato dalla musica estasiante e da ammalianti voci di terre lontane. Se mi fossi lasciato trasportare mi sarei sentito in grado di provare tutto, ma la trepidazione mi riportò con i piedi a terra e, ancora una volta, il tempo era esaurito.









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10 febbraio 2008

Mia sorella...


 

Foto scattata e ritoccata da Simona Di Giuseppe


 

Godetevi il mio articolo e buona lettura.

Oggi parlerò come ci si sente ad avere una sorella che fa il tuo stesso sport (o arte marziale per i più pignoli),che non ti puoi muovere senza di lei ,che decide dove andare solo lei ecc……………………………………

Tutto incominciò da quando feci la prima lezione di Capoeira (leggete il mio primo articolo per saperne di più),ovviamente lei scelse la palestra e il gruppo(cosa che fortunatamente azzeccò); ma vi voglio parlare di un fatto in cui il non fidarmi di Menina(chiamata Simona la direttrice di Pentacapoeira)mi portò a fare un grosso (e doloroso)errore ………..


Era un bel giorno di Luglio ed io e mia sorella stavamo facendo stretching all’ aria aperta,insieme a:Tomate, Feijoada, e Comicio, prima di andare a lezione di Capoeira.

Immaginate Luglio, con il caldo soffocante delle 5 del pomeriggio…indovinate chi mi obbligò ad andare a fare stretching nel parchetto vicino la nostra palestra?

 

Neanche ve lo dico…suppongo che già ve lo immaginate

 

Io all’inizio ero convinto di starmene lì, a prendere il sole ascoltando il soave cinguettio degli uccelli; ma niente da fare, il coro unanime e perpetuo di mia sorella, Tomate, Comicio e Feijoada al grido di “FAI STRETCHIIIIIIING!!!!!” era diventato insopportabile e soprattutto superava di gran lunga in volume il cinguettio degli uccelli.

 

A quel punto mi dissi: “Facciamoli contenti!”

Iniziò il martirio: feci allungamento delle gambe e delle braccia(ed altre cose che preferisco non ricordare).

Ad un certo punto si toccò il fondo: la mente insana di Tomate tirò fuori un esercizio in cui la tua gamba veniva legata ad un albero con una corda e dall’altra parte un macabro aiutante la tirava con un sistema molto simile alla carrucola.

 

Indovinate un po’ chi era il mio macabro aiutante…Sempre lei…MIA SORELLA

Mi imbracarono la gamba, sembravo un povero animale in trappola, ma ormai, forse contagiato dalla follia che si era propagata nell’aria, cominciai ad incitare: -Tira su!ancora,ancora, ancora….ancora…ancora….

Mi ero deciso a fare lo spavaldo, così che le facevo vedere la mia prodezza nello stretching.

Dopo un po’ lei mi disse di smetterla che altrimenti mi sarei fatto male, ma io continuavo (tanto pensavo che lei non avesse mai ragione…) , ad un certo punto sentii un dolore acuto ma lo tenni per me; facendo finta di niente le dissi di abbassare un pochino (non volevo che sospettasse di avere ragione).

Finì il martirio.

Subito dopo iniziò lezione di Capoeira e me la feci con quel “piccolo” dolorino in ricordo del mio orgoglio da fratello minore…Mi fu difficile arrivare alla fine…

Anche se mia sorella aveva ragione e litighiamo ogni tanto, tengo a dire che le voglio bene,molto bene……………..

P.S.: Il dolorino continuò fino a fine lezione,la mattina dopo già stavo meglio,per chi si fosse preoccupato…………

 

 









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10 febbraio 2008

Capoeira: perché diversa?


 

La Capoeira non è uno sport come gli altri.

Sicuramente il fatto che implichi anche una parte dedicata allo studio della musica e delle origini di essa attraverso la conoscenza di canticos e degli strumenti della batteria di una roda, la rende particolare e diversa da qualsiasi arte marziale o comunque da qualsiasi altra attività prettamente fisica.

Facendo capoeira spesso si entra in contatto con l’entità di un gruppo, nella quale, accettando o no le sue regole, si impara a convivere con altre persone che condividono una tua stessa realtà; vivendo tale situazione è normale che in essa si sviluppino le dinamiche più diverse: c’è chi nella capoeira trova tanti amici, chi un gruppo di persone con cui uscire il sabato sera, chi ci trova un amore, chi ci trova un lavoro e via così in un’escalation infinita di processi ed emozioni.

Credo che questi due aspetti, la musica ed il gruppo, così come sono vissuti nella capoeira, siano i fattori che la rendono così particolare. Insomma, qualcuno di voi può fare il nome di qualche sport che implichi tutto questo?

1. La Musica


                                    
                                                                                                                                         Foto scattata da Guido Mastrobuono

Per quanto riguarda la musica, oltre a rendere gli allenamenti meno pesanti e a sviluppare capacità artistiche nel campo, credo che essa sia un ottimo mezzo per entrare in contatto con tutte le altre realtà della capoeira.

Penso a quando i principianti entrano nella nostra palestra e si trovano da subito immersi nelle lezioni di musica di Macaco o, in sua assenza, di Comicio; sono spauriti, non capiscono, pensano che cantare, come ci è stato imposto dalla nostra società, sia un privilegio di chi ha una bella voce, scatta la vergogna anche del non sapere le parole (il portoghese questo sconosciuto) ed ecco qui che fanno la parte delle mummie intimoriti anche nel battere le mani. La batteria si ferma, c’è il discorso del nostro istruttore…”Il berimbau, il pandeiro, l’atabaque, le mani e non per ultima la voce, sono elementi essenziali per mantenere vivo l’axè che si crea giocando capoeira”…continuano i dubbi, le perplessità e la vergogna, fino quando non si forma la roda!

Qui si svelano tanti arcani: perché è necessario il coro, perché è necessario che qualcuno canti (anche in mancanza di una voce come quella di Mina), perché è necessario che ci sia attenzione nel non sparpagliarsi ma di formare una catena umana capace di tenere una forma concentrica (la roda per l’appunto), perché è necessario battere le mani con quanta più convinzione possibile.

Negli spogliatoi i primi commenti e le prime curiose domande …

La volta dopo, nella lezione di musica, un po’ di vergogna va via e si comincia a pensare che la musica non è solo un bellissimo optional ricreativo ma è parte fondamentale nella vita della capoeira e soprattutto nella sua massima espressione: La Roda.

Timidamente si cominciano a prendere i primi strumenti, a battere le mani e a tirar fuori un flebile filo di voce.

E’ già una vittoria, e non poco grande.

Ho preso d’esempio l’approccio di un principiante perché una volta entrati in tale meccanismo, tutto diventa più semplice, si canta senza più vergogna e ci si appropria del suono degli strumenti con molta più facilità.

Forse quello della musica è l’aspetto che introduce in maniera esplicita l’attività della capoeira; sapere di dover essere in grado di cantare e suonare per diventare un buon capoerista è una prima presa di coscienza del fatto che la capoeira è uno sport diverso dagli altri.









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8 gennaio 2008

CiceroPentaCapoeira - n° 3 - Gennaio 2008


 



Rivista mensile di Capoeira, pensieri di Capoeira, sogni di Capoeira.

Rivista legata al Progetto Cicero.

Uscita prevista all'inizio di ogni mese con circa 5 nuovi articoli.

Numero 3 - Gennaio 2008 

Foto di copertina scattata da Guido Mastrobuono

Indice

Editoriale - Simona Di Giuseppe - Diario

Cofanetto di Prime volte- Corinna Giliberti - Prime Volte

Come Prof... - Lourdes Baltodano - Prime Volte

Verde...cara Verde - Davide Di Giuseppe - Eterni Bambini

Sulla Libertà e sulla Capoeira - Simona Di Giuseppe- Oggetto Capoeira

Tarocchi e Capoeira - Guido Mastrobuono
- Arte, danza e Magia.

Capoeira ARTE-MARZIALE - Pietro Meregaglia - Arte, Danza e Magia

Manduca da Praia.- Gabriele Penna - Catene Spezzate




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8 gennaio 2008

Editoriale


Vènti nuovi sembrano soffiare sulla rivista pentacapoeira; in questo numero troviamo 3 nuovi redattori: Corinna Giliberti, Lourdes Baltodano (che ci scrive dalla lontana Barcellona) e Pietro Meregaglia, un capoerista di Torino entrato nella redazione grazie ai commenti lasciati sui precedenti numeri di pentacapoeira.

Grazie all’allargarsi della nostra ancora piccola equipe si è potuto dare una sostanza diversa anche ai contenuti della rivista. Sarà proposto il mio articolo “sulla libertà e sulla capoeira” scaturito da riflessioni che ultimamente hanno toccato i miei pensieri, e probabilmente non solo i miei. Ci sarà l’articolo di Guido su “tarocchi e capoeira”, questo matrimonio non vi sembra tanto strano quanto accattivante? E poi, forse dovuto all’avvento dell’anno nuovo, proponiamo ben due articoli su prime volte; il primo di Corinna Giliberti, che addirittura ci ha proposto una vera e propria compilation delle sue prime esperienze nel mondo della capoeira, spiegandoci quante difficoltà e quante soddisfazioni sia capace di regalare questa arte sin dagli inizi, sin da quando l’acido lattico non ti molla per un mese dopo la prima lezione; il secondo inviatomi da Lourdes Baltodano sul suo incontro speciale che l’ha guidata, l’ha traghettata in questo mondo a lei fino a quel momento sconosciuto. Osservando gli articoli sulle prime volte mi è saltata all’occhio un’espressione, ma più un pensiero direi, che tutti hanno dopo il primo approccio con la capoeira; tutti si domandano…”ma dov’era prima questa capoeira?”. L’energie che si creano praticando quest’arte escono fuori da subito, dalla prima lezione e donano a chi la pratica una sorta di frenesia dovuta a entusiasmo misto a adrenalina della quale non sarà tanto facile liberarsi, almeno nell’immediato futuro!

Ci saranno gli articoli di Gabriele Penna e di Davide Di Giuseppe, ormai diventati due punti di riferimento importanti per le rubriche Catene Spezzate e Eterni Bambini.

Siamo insomma in una fase di crescita e proprio per questo motivo diventa sempre più necessario ricevere commenti sul nostro lavoro; invito, tutti quelli che vogliono, a farlo.

Inoltre la redazione ha voglia di crescere ancora e così mi piacerebbe che chiunque abbia delle belle idee, per articoli da pubblicare in questa rivista, mi contattasse, in modo da poter rendere ancora più aperti i nostri spazi e soprattutto in modo da perseguire ancora con più decisione il nostro obiettivo di rendere questa rivista un vero e proprio laboratorio di ricerca…Aspetto nuove da tutti voi!

Intanto, auguro una buona e critica lettura a tutti voi

 

 




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8 gennaio 2008

Cofanetto di Prime Volte!


 

Ecco, mi viene chiesto di dire qualcosa su una qualche prima volta della mia capoeira… forse sarebbe meglio continuasse la fila di puntini di poco fa… … … prima volta di che? Sono arrivata “al vecchio wellness” (ora H2O, ovvero la palestra del Grupo Soluna della zona “Prenestina”) perché mi ero stufata dopo 20 anni dell’ambiente della danza italiana (ma non della danza in sé) e con la disperazione di un anno di stop obbligato per tesi, esame di stato eccetera.. In altre parole avevo una gran voglia di far ruggire la mia “anima animale”, in qualsiasi modo, purchè fosse un modo nuovo, in un ambiente nuovo. Insomma io, proprio la io in fondo in fondo fifona e timida nelle novità, volevo uno shock. E siccome sono fifona e timida, anzichè buttarmi da un ponte con un elastico, ho pensato che un passo del genere sarebbe di per sé stesso già stato sufficiente. Così vediamo che è sta capochè?... colleghi già andati in avanscoperta da qualche annetto mi dicono “ma dai, prova, ti piacerà sicuramente” (uno); l’altro, ora monitor Bamba “se te và de sonà soni, se te và de cantà canti e si te và de dà i calci, dai i calci”… “figo!”, pensai… non sapevo che avrei dovuto fare tutto! Da qui in poi eccovi una piccola selezione di “prime” cose. E’ una selezione, perché nella capoeira in particolar modo è sempre un pò una prima volta, non si finisce mai di sentirsi ignoranti! Ed il bello è proprio questo!

PRIMA LEZIONE. Andando per ordine, la prima lezione: primo settembre 2002, avevo 28 anni. Arrivo terrorizzata, già vestita (perché chissà dove capito…) e il mio inconscio fa a botte col mio io, portandomi a zonzo per il vecchio Wellness per venti minuti prima di riuscire a trovare la giusta lucidità per tradurre le indicazioni avute in un percorso sensato e poter quindi arrivare nella sala giusta. N.B.: l’indicazione era stata: “dove senti casino, là fanno capoeira”… capite che non sentire il casino poteva essere solo… fifa! Insomma, abbandono la fifa e trovo Fifì! C’era lezione di musica per i principianti, sicchè tutti seduti carini ad anfiteatrino, fifì (all’epoca sfoggiava una corda verde-blu, ora è professor) si gira verso di me continuando a parlare col suo modo di fare assolutamente affabile e carismatico, mi fa un sorrisone senza dirmi nulla (grazie a Dio!), sicchè mi sento autorizzata a sgattaiolare verso gli altri levandomi le scarpe, tutto insieme (subito dopo mi ha chiesto il mio nome). E così mi sono bruciata il primo momento di lancio dell’elastico! Solo trovarmi seduta lì mi faceva sentire troppo bene, le cose che ascoltavo mi attraversavano con un’energia esaltante, riempendomi di curiosità e di voglia di fare, così, quando passammo ai campi da squash per l’allenamento mi sentivo come in preda ad una sconosciuta euforia (da dove veniva? Dove andava?) e nel giusto momento per poter finalmente ruggire! E sì che l’ho fatto! Dopo un anno di letargo del corpo mi sembrava di volare, come se non mi fossi mai fermata, il corpo mi seguiva, così ho fatto tutto senza un briciolo di stanchezza, a 3000! Che cosa esaltante! Che meraviglia! Ma dove stava stà capoeira?!? Yuppi!! Yuppi!!!!!! Torno a casa praticamente drogata, con il cervello che mi fumava di felicità… La lezione numero due: 16 settembre 2002. Dice, che hai fatto nelle due settimane? Ho lottato per convincere i miei polpacci a tornare di una lunghezza consona a poter camminare. Nella seconda lezione ho capito che quello del gruppo di capoeira è un’ambiente dove allenamenti duri, storia, cultura, musica, tecnica ed arte sono infarciti di allegria, vitalità, leggerezza e risate. Cose che avevo sempre immaginato incompatibili per la prima volta vedevo che potevano coesistere… una bella scoperta!

PRIMO JOGO. La prima volta che ho sentito di jogar capoeira è stata nel primo jogo due a due con un graduato al di fuori della roda. Il tipo che mi capitò è quanto di più spaventoso potevo immaginare, uno di quelli che se l’avessi incontrato per strada, prima di iniziare capoeira, mi avrebbe fatto nascere una repentina inquietudine e voglia di fuggire a gambe levate! Insomma: tatuaggi in ogni dove, capello riccioloso fluente, muscolacci che forma a parte già ti dicevano che avrebbero potuto ammazzarti; mentre mi guarda fisso fisso negli occhi, per di più indicandoseli con due dita e mi dice “guardami…”, dentro quegli occhi vedo un fuoco fortissimo, come in un cartone animato, e penso che Dante mentre scriveva “Caron dimonio con occhi di bragia…” ecc. ecc., si doveva essere figurato sicuramente quest uomo qui ma, mi sono detta, se è questa è la strada per l’inferno, desta più curiosità che paura! Ma il tempo per i pensieri non c’era, io stavo già giocando ed il mio barcaiolo Sharada sapeva decisamente il fatto suo, talento di mandinga e magia, ha tirato fuori il mio primo bel gioco che, come tutti gli altri, è stato un vero viaggio magico!

PRIMA CENA. Forse non è proprio capoeira, ma è, per così dire, un argomento capoeiristico. La mia annata da principiante è quella che si definisce “una buona annata” ed i miei compagni neofiti ed io (successivamente, in sette, tutti figghiocci del mio babbo di capoeira il Corvo) eravamo affascinati dai graduati; ma allora non era come ora, e noi stentavamo ad entrare nel gruppo, avevamo una sorta di timore reverenziale, ma anche una grande curiosità! Così, dopo diverso tempo in cui ogni venerdì il Mestre ed i graduati, uscendo dalla roda, andavano a mangiare nella trattoria di fronte alla palestra, un giorno li vediamo avviarsi a cena; quel giorno Mauro (poi diventato mio fratello, per l’appunto) ed io, li guardavamo attraversare la piazzetta, muti. Insieme ci siamo guardati e abbiamo detto “’nnamo!”; altri poi ci hanno seguiti. E così siamo entrati nel gruppo.

PRIMA CORDA. Il mio babbo il Corvo contribuì a farci capire che la corda verde non era nulla di scontato e che bisognava darsi molto da fare per sperare di poterla ottenere. Per noi non era un problema, poiché stavamo talmente a 3000 che non avevamo certo bisogno di carote sotto al naso per farci in quattro ad imparare il più possibile di tutto. Ci piaceva da impazzire la musica, la tecnica ed i misteri del jogo ci esaltavano e passavamo ore anche fuori dalla palestra a passarci informazioni e a provare tutto quello che vedevamo fare ai graduati, tutto! Ma la corda, per quanto uno possa dire che abbia un’importanza relativa, e soprattutto la mitica verde, ti fa entrare nel mondo dei significati oscuri della capoeira. Il perché si e il perché no di una corda non rispettano mai le aspettative, quando se ne hanno, ma se uno è umile e perciò non si aspetta nulla, se non di avere un segno, la corda che arriva o meno è uno strumento significativo per avere delle risposte, che è sempre bene accettare, più che capire, perché la risposta, quale che sia, è sempre utile per indirizzarsi in un persorso (se la si usa bene, senza poi atteggiarsi o rosicare a seconda dell’esito). Capite bene perciò che quando ci siamo sentiti chiamare tutti per giocare per la verde, la sensazione di essere stati una buona annata è stata confermata! Certo, ci siamo arrivati per ultimi, dopo ore e ore di allenamento dove non ci facevano uscire nemmeno per bere, solo con mezz’ora di pausa pranzo… Siamo entrati in roda non so come, avevamo le gambe ingessate dall’acido lattico a tal punto da far fatica anche a stare ai piedi del berimbao per entrare…. Poi sono entrata, il corpo si è sciolto, una giocata bellissima per una principiante con un professor del gruppo Senzala (già all’epoca il mio preferito!), il tipo non mi ha fatto cadere e dopo un mio accenno ad una tecnica di caduta me lo sono visto arrivare per stringermi la mano! Bello! Come padrino, come detto, avevo scelto il Corvo (allora giallo-verde, ora monitor) ma l’assegnazione delle corde è stata molto caotica (io stessa prima di avere la mia corda ne stavo mettendo due…. È già, sono nata già mammina!). Perciò, dopo aver discusso con mia figlia che avevo già trovato con la corda addosso, per farle accettare il fatto che visto che gliela aveva messa Mussa andava benissimo, che non se la doveva togliere ecc. ecc., mi giro e mi trovo davanti Cabelludo che mi allaccia la mia cordina guardandomi con aria intensa e significativa… mi sentivo molto più che onorata, ho sorriso senza dire una parola e lui mi ha poi abbracciata facendo altrettanto. Quando babbo mi trovò con la corda già penzolante mi disse “chi te l’ha messa figliuola?”, quando gli risposi non so quali emozioni gli passarono, ma me la voleva togliere e rimettere lui. Capivo che era dispiaciuto, ma gli dissi “questa corda non si muove da qui”. Ci rimase molto male, ma quando gli spiegai che per me era stata una cosa importante e che comunque il mio vero padrino era comunque lui e questo non glielo avrebbe tolto nessuno, capì e fu felice per me ed è tuttora una babbo molto orgoglioso e per me il migliore che si possa avere!

Lo so, è stata un po’ lunga, spero di non avervi annoiati, ma alla mia capoeira ci tengo e, visto che mi è stato chiesto, non ho voluto passarvela in versione ridotta! Vi ho risparmiato tante cose, come la prima giocata in roda, la prima canzone cantata in roda, le prime volte che ho suonato gli strumenti in roda (un tempo queste cose non erano date e nemmeno stimolate, dovevano essere conquistate con le unghie e coi denti e per me è stato bello e di valore così!), per non parlare della corda giallo verde o della prima volta che ho sentito cantare una mia canzone da qualcun altro! Ma, che dire, mi sono mossa sull’onda dei ricordi cui tengo di più affettivamente, umanamente, omettendo quelli forse troppo forti anche da questo punto di vista… Spero vada bene così!

A voi!



 




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8 gennaio 2008

Come Prof...






 Foto scattata da Guido Mastrobuono


 


La mia storia nella Capoeira ritengo sia stata molto particolare sin dal suo inizio. Spero che oltre che a farmi conoscere un po’ meglio possa servire d’ispirazione o consolazione a qualcuno che inizia con difficoltà…

Una sera di gennaio del 2000- l’8 per essere precisi- tramite Patricia, una mia amica brasiliana, conobbi Andrea Liberati, un ragazzo che faceva Capoeira col Grupo Soluna di Roma ed scoprì che si allenava insieme a lei con l’allora Professor Pudim. Il nostro incontro fu quasi magico, fu come se ci conoscessimo da sempre, da vite precedenti -oso pensare- e capimmo che da quel momento in poi saremmo stati insieme. Una delle prime cose che condivise con me fu appunto la sua passione per la Capoeira, una disciplina completamente estranea a me fino a quel momento. Cercò di spiegarmi cos’era, io capì metà di quello che diceva ma mi incuriosì molto, doveva essere qualcosa di molto affascinante e complesso. Patricia, non ho mai capito come mai, non me ne aveva mai parlato, forse per la difficoltà nella quale ci si imbatte quando ci si prova a spiegarla! La stessa sera lui mi invitò a vedere una dimostrazione che teneva il suo gruppo qualche giorno dopo presso il Caffè Carusso del Testaccio. Vederla sarebbe stato meglio che raccontarla, mi disse.

Per me era una scusa per rivederci ma sarebbe servita anche a capire come si faceva questa Capoeira. La mia difficoltà di capire, credo, fosse dovuta anche al fatto che io non avevo mai praticato nessun genere di sport fino a quel momento.

Lo spettacolo fu piuttosto bizzarro. Ci fu un susseguirsi di ritmi, coreografie e costumi del tutto nuovi per me. Oltre alla Capoeira, lui mi spiegò dopo, avevano fatto anche Maculelè, una danza tradizionale afro-bahiana che si fa con dei bastoni infuocati. Mi aveva certo molto colpito ciò che avevo visto ma non me ne sarei mai immaginata che la settimana successiva sarei stata portata in palestra per la mia prima lezione di Capoeira!

Andrea, allora aveva la corda gialla, terza graduazione all’interno del Grupo Soluna ed era uno dei suoi membri più anziani. La sua preparazione, dedizione e grande passione per quest’Arte l’avevano portato da qualche mese ad iniziare l’insegnamento in una palestra del quartiere Laurentino con l’approvazione di Pudim nonostante non avesse ancora la graduazione ufficiale da Istruttore. Lui veniva chiamato col sopranome di Professor. Tradizionalmente, il sopranome viene dato al capoeirista già battezzato o iniziato, cioè con la prima graduazione, ed in genere il Maestro di Capoeira lo usa per mettere in risalto una caratteristica che lo contraddistingue.

Fu il 17 gennaio -un martedì- il primo giorno che misi piede nella palestra San Marco insieme a Professor che si era trasferito da me da due giorni. Non eravamo due folli, credevamo nell’amore. In palestra incontrai anche, per la mia fortuna, un gruppetto di persone amichevoli e simpatiche. C’era una musica molto allegra di sottofondo. Mi accodai e sotto indicazione di Professor tentai di imitare quel che faceva lui seguendo anche gli altri ragazzi che erano davanti a me. Il mio corpo non rispondeva a quello che la mia mente voleva fare. Ascoltavo la musica e sentivo il suo richiamo ma mi muovevo come se si fosse trattato forse di un ballo latinoamericano, ma in maniera molto molto più goffa! Fui incapace persino di fare la ginga, il movimento base della Capoeira, avevo grossi problemi ci coordinamento oltre che di flessibilità e resistenza! Finì la prima lezione demoralizzata e distrutta dallo sforzo. Fu una esperienza completamente frustrante! Niente da fare, pensai. Professor invece era contento che fosse venuta a provare e mi disse che era normale che il primo giorno andasse così e che bisognava perseverare. Il giorno dopo mi sentì tramortita ed il giorno successivo, giorno della seconda lezione, l’acido lattico mi torturava ancora di più. Era ora di andare in palestra. No, non ce la potevo fare! Professor mi disse di non gettare la spugna dopo il primo tentativo e mi portò ancora in palestra.

Cominciò il mio rapporto di conflitto con la mia amata Capoeira. Me ne ero già innamorata della sua natura ma mi rendevo conto di non essere assolutamente portata per farla. Ero così combattuta! Spesso pensavo che non faceva per me, che avrei voluto cominciarla dieci anni prima…che ero stata così sfortunata! vedevo tutti gli altri riuscire a fare i movimenti che per me rimanevano così lontani dalle mie capacità!

In quel periodo avevo due lavori e ora che si aggiungeva anche l’attività fisica, la stanchezza era veramente insopportabile. In più il mio lavoro serale non mi permetteva di frequentare regolarmente. Mi accorsi che se volevo andare avanti dovevo fare qualche cambiamento nella mia vita. A quel punto ci fu il mio primo Batizado de Capoeira. Mi resi conto che era un momento di svolta nella mia vita, che si trattava anche di prendere un impegno. Ho voluto raccontare fino a questo momento perché per me è stato il vero e proprio inizio della mia vita capoeiristica, è stato il momento in cui ho intuito che la Capoeira sarebbe diventata il mio cammino nella mia vita futura e che mi avrebbe accompagnata sempre e dovunque. Ricevetti la prima corda, il cordel verde. Dopo l’estate mi organizzai col lavoro in modo di poter frequentare tutte le lezioni.

Ringrazio Professor di essere apparso nella mia vita, di essere stato anche il mio Maestro e di aver condiviso con me questo meraviglioso dono che ha cambiato il mio destino!

 




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